Piazza delle Cinque Scole PDF Stampa

da Lungotevere de’ Cenci a Via Catalana- R. VII, Regola


In ricordo del palazzo in cui erano le cinque sinagoghe, "scole", ebraiche del Ghetto, l’antico quartiere degli Ebrei. Le Sinagoghe, demolite nei lavori di risanamento del Ghetto, erano concepite in base ai luoghi di provenienza e al rito dei fedeli; ecco, quindi, che si trovava: la Scola Tempio per gli Ebrei locali, la Scola Nuova per quelli che venivano dai piccoli centri del Lazio, la Siciliana per gli Ebrei profughi dall'Italia meridionale, la Catalana e la Castigliana per gli Spagnoli. Sino al 1847 uno degli alti muri di recinzione del quartiere separava il luogo da Piazza dei Cenci. Su un lato della piazza si erge il palazzo Cenci-Bolognetti che fa parte del complesso di palazzo Cenci, realizzato nell'Ottocento con la demolizione di diverse costruzioni della cosiddetta "isola Cenci".

Davanti al palazzo zampilla la fontana del Pianto eretta per volontà di Gregorio XIII nella seconda metà del XVI secolo su disegno di Giacomo Della Porta affinché, secondo il rescritto papale, "anche gli Ebrei avessero refrigerio dell'acqua e abbellimento". La fontana prende il nome dalla chiesa di S.Maria del Pianto, presso la quale era originariamente collocata e dove era arricchita da due draghi, simbolo araldico di entrambi le famiglie dei pontefici Gregorio XIII e Paolo V, fregi che scomparvero nel corso dei lavori di rimpicciolimento operati sul monumento da Innocenzo X (1644-55). Nei pressi della fontana si trovata il palo destinato alla "justitia per gli Hebrei" dove venivano giudicati i reati commessi dagli ebrei e dove, fino al XVIII secolo, vennero messi all'asta "i pegni che tengono li Giudii". L’opera marmorea, dopo essere stata smembrata all'epoca dei lavori di trasformazione della zona del 1887 ed aver trascorso un lungo periodo nei magazzini comunali, fu posta di fronte alla chiesa di Sant’Onofrio per essere poi collocata nell’attuale sito nel 1930.

Il 26 luglio del 1556 Paolo IV(1555-1559), emulando l’iniziativa di Venezia, con la bolla Cum nimis absurdum revoca tutti i diritti concessi e ordina l'istituzione del ghetto. Costringendo così gli ebrei di Roma ad abitare, separati dai cristiani, in un angusto ed insalubre luogo appositamente creato che veniva chiuso dal tramonto al levar del sole; la custodia delle porte era affidata a guardie cristiane le cui spese, però, dovevano essere sostenute dagli stessi ebrei. Fu ordinato, altresì, che gli uomini portassero cappello e le donne un velo di color giallo per essere visibilmente contraddistinti. Così, come mandria alla stalla, il popolo giudaico ogni sera veniva rinserrato nel suo triste quartiere mediante grandi porte ben assicurate, che chiudevano gli sbocchi delle vie principali: Rua, Regola, Pescheria, Ponte Quattro Capi. Il muro di segregazione fu innalzato in due soli mesi ed il papa pretese dalla Comunità Ebraica persino 100 scudi per le spese di costruzione. Leone XII (1760-1829) ampliò la periferia del quartiere includendovi Via della Reginella ed altra parte della Pescheria, ponendo l’entrata principale sulla Piazza Giudia, decorata da un antico portico attribuito all’imperatore Severo.

Al momento così parlò Pasquino: Fiore d’aglietto;/Papa Leone è divenuto matto:/Chè restringe i cristiani, e allarga il Ghetto.

Pio IX (1792-1878) abolì la clausura. La sera del 17 aprile 1848, la Pasqua Ebraica, con grande sorpresa degli abitanti che temevano fanatiche irruzioni, i portoni del Ghetto furono abbattuti con l’intervento di molti cittadini fra i quali Ciceruacchio che, con i suoi seguaci, aveva saputo dell’ordine ed accorse per partecipare alla prima opera di riscossa, fra il giubilo della popolazione che era stata rinchiusa per quasi tre secoli.

Le mura di recinzione furono distrutte completamente nel 1885. Ma, con la fine della Repubblica romana, nel 1849, e il ritorno di Pio IX, gli Ebrei furono obbligati a rientrare nel ghetto fino alla definitiva abolizione nel 1870.
Per questi luoghi, nel passato si udiva lo scaccino della Sinagoga mandare il grido: “È entrato lo Sciabà”, il Sabato giorno di festa nel rito ebraico. Da cui dal dialetto romano l’espressione fare sciabà con il significato di fare baldoria. Qui, ai tempi di Pio IV (1449-1565) furono trovate le due colossali statue di Castore e Polluce che Gregorio XIII (1502-1585) pose ad ornamento della balaustra sul Campidoglio.

 


www.romasegreta.it – ww w.gliscritti.it - Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933

 

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