Via del Caravita PDF Stampa

da Via del Seminario a Via del Corso – Rione III, Colonna; IX Pigna

 

Anticamente definita come Via dei Fervitori, l’attuale nome deriva dalla congregazione e dall’oratorio qui esistente, già volgarmente detto Garavita; fondato nel 1711 dal padre gesuita Pietro Caravita, con l’elemosine dei fedeli e dedicato a San Francesco Saverio e alla Madonna della Pietà. Nel tempo, il luogo accolse anche altre quattro congregazioni dette dei Ristretti.

Venivano chiamati Mantelloni, invece, quei confratelli che, dopo essersi qui percossi per penitenza (battiture) uscivano dalla chiesa salmodiando fino ad una prestabilita Madonna e che si accomiatavano dicendo “Sia lodato Gesù Cristo”.

A proposito di questa usanza, l’onnipresente Belli nel sonetto Le truppe di Roma così si espresse in risposta ad alcuni forestieri che criticavano la mancanza di disciplina dei soldati del papa:

S’informino, canaja scemunita / La disciplina, qui, ‘gni bon sordato / Và a dàssela ‘gni sera ar Caravita.

A cui aggiunge l’altro, a proposito del colera che infieriva in Italia nel 1837:

Se invece de cordoni e lazzaretti / se sfrustassimo er culo ar Caravita / Poteriamo brucià puro li letti.

Nel 1797, presso l’oratorio del Caravita, Niccolò Paccarani fondò la Società della Fede per far rivivere, sotto altro nome, la soppressa Compagnia di Gesù. Con la benedizione di Pio VI, lo stesso Paccarani operò per fondere insieme la Congregazione della Fede con quella analoga, belga, del Cuore di Gesù, per far rivivere in Europa le regole della Compagnia di Gesù e spianare il cammino al ritorno dei Gesuiti. Paccanari con il sostegno dell’arciduchessa Marianna d’Austria, fondò, secondo le regole di S.Ignazio, un convitto di donne chiamate Dilette di Gesù e, a poco a poco, stabilì tre collegi nello Stato del papa, due a Venezia, tre in Francia, uno in Germania, uno in Inghilterra.

A tre anni dall’unione, cominciarono le prime divergenze e le contestazioni a Paccarani che si opponeva all’unione con i gesuiti della Russia Bianca, riconosciuti da Pio VI. Sempre più solo, nell’agosto del 1808 Paccarani fu accusato dal Santo Uffizio di vari e gravi reati fra cui anche di sacrilegio; condannato all'interdizione perpetua dai sacri ministeri fu anche condannato a dieci anni di prigionia. Liberato durante l'occupazione francese di Roma, l’ex religioso finì nell’oblio. Varie e dubbie le versioni circa i suoi ultimi giorni; la sua vita si concluse nel 1811 quando il suo cadavere fu ripescato, decapitato, nelle acque del Tevere. Davanti all'oratorio vi era una chiesetta detta di Sant'Antonio Abate o dei Camaldolesi che poi prese il nome di San Nicolò dei Forbitori o Fervitori, appunto il quello toponomastico del luogo per tutto il secolo XV.

Si stima che la definizione derivi dal verbo forbire, dai venditori di arnesi destinati alla pulizia o al taglio come forbici e coltelli.
All'angolo di questa via con il corso aveva sede, forse, il caffè più importante e più antico. Impiantato nel 1725 per bottega di acqua fresca, com'era detto nella patente di apertura, cresciuto d'importanza, nel 1745 assunse il nome di Caffè del Veneziano. D'Azeglio:
Chi conosce Roma, ricorderà parecchi grandi paesi, che ornavano il caffè del veneziano in piazza Sciarra. Quei paesi erano del mio buon vecchio maestro, il calabrese Don Ciccio de capo".

Questo locale era frequentato dal giovane Abate Giovanni Maria Mastai Ferretti, dove arrivava prendere tre o quattro chicchere (tazze) di caffè al giorno, che si serviva nel cucchimo; Vi si sorbiva la pappina -Gelato, il mischio -caffè e cioccolata, aura -caffè, latte cioccolata, ombra di latte -l'odierno cappuccino, il che spesso era una ciufeca (alimento di scarsa qualità). -Molti ricorderanno come allo sbocco di questa via sul corso, immancabilmente tutti i giorni a mezzodì si radunava discreta folla di persone, che col naso in aria guardava la sommità della chiesa di Sant'Ignazio, sulla quale era posto un alto palo di legno, lungo il quale scorreva una sfera, che l'addetto all'Osservatorio, situato nel palazzo del collegio Romano, faceva salire al vertice dell'asta, cinque minuti prima di mezzogiorno, per segnalare all'artigliere, che era al Gianicolo, di tenersi pronto a sparare. Infatti a mezzodì preciso, calava la sfera e contemporaneamente si sentiva il colpo di cannone, e allora tutta la folla si affrettava a caricare e mettere a segno il proprio orologio.

 

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933 – La Compagnia di Gesù nell'Impero Russo

 

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