Via dei Cappuccini PDF Stampa

da Via Sistina a Via Veneto – Rione III, Colonna

L’odonimo ha origine dal vicino convento dell’Ordine dei Cappuccini istituito dal beato Matteo Bassi, Francescano dell’Osservanza che, nel 1525 chiese e ottenne a Clemente VII la licenza di ritirarsi in solitudine con chi volesse rispettare con lui la regola. L’ordine, autonomo da quello dei Minori Francescani, fu riconosciuto nel 1528. L’interno della chiesa di Santa Maria della Concezione o dei Cappuccini, che dà il nome alla Via ma ubicata in Via Veneto, custodisce il S.Michele Arcangelo di Guido Reni su cui si narra un aneddoto.
Si dice che in questo quadro il pittore abbia voluto vendicarsi di Innocenzo X che, da cardinale, avrebbe sparlato di lui. Nel dipinto il diavolo, sotto i piedi dell’Arcangelo, infatti, ha le sembianze del papa. Rimproverato di ciò il Reni non negò il fatto, ma rispose che, se per combinazione, c’era questa somiglianza non era di certo da imputare la colpa a lui, ma a una disgrazia del papa che somigliava al diavolo, infatti l’artista asserì di essersi semplicemente limitato a ritrarre le vere fattezze del maligno che, spergiurava, essergli realmente apparso. Alcuni esperti hanno ritenuto che il quadro sia troppo aggraziato per una chiesa, per cui, dopo aver smentito che l’arcangelo ritraesse Beatrice Censi, si favoleggiava che alcune giovani nelle lunghe ore di preghiera si fossero innamorate di quell’immagine celeste. Nei sotterranei della Chiesa vi sono quattro cappelle mortuarie per le quali, sorvolando sulla descrizione dell’ossario e della architettonica raccolta di scheletri (4000 cappuccini morti fra il 1627 e il 1870), vale la pena soffermarsi su un particolare poco noto. I cappuccini incominciarono a seppellire i loro morti nel 1627 trasportando nella chiesa della terra importata dal Monte Calvario in Palestina. Divenuto troppo piccolo il cimitero, verso la fine del XVII secolo, un inglese, rifugiatosi nel convento per sottrarsi alle ricerche della polizia pontificia in virtù del diritto d’asilo, si accorse che la terra del campo santo aveva la particolare proprietà di essiccare perfettamente i corpi sepolti senza bara. Costretto ad usufruire dell’ospitalità del convento, quindi, si offrì di dissotterrare gli scheletri per fare posto ad altre salme e risolvere il problema dello spazio. Si pose all’opera e collocò così gli scheletri e i teschi come fossero tappezzeria, dando una certa impronta artistica alle pareti del vasto sotterraneo.

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933

 

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