Salita Bosco Parrasio PDF Stampa

da via di Porta S. Pancrazio a Via Garibaldi – R. XIII, Trastevere


Il Barocco è al suo massimo fulgore quando la fragorosa conversione, e la conseguente abdicazione, spingono Cristina di Svezia a trasferirsi a Roma per trascorrervi il resto della propria vita. Abbandonato un regno politico, però, l’ex sovrana ne creò un altro dello spirito nel palazzo Riario, in via della Lungara, trasformandolo in un incantato ritrovo di quanto vi era di nobile e di bello a Roma. Considerata un’eroina dalle straordinarie qualità, Cristina di Svezia seppe riunire ciò che più eleva il pensiero e sublima la vita tanto che concretizzò le celebri riunioni letterarie con l’istituzione dell’Accademia Reale che però si disperse dopo la sua morte avvenuta nel 1689.
Buona parte dei soci, comunque, continuarono a riunirsi negli orti suburbani, fino a che quattordici di loro decisero di fondare l’Accademia dell’Arcadia, con riferimento alla regione greca, simbolo fin dall’antichità di vita innocente e serena, in omaggio alla regina Cristina di Svezia. Era il 5 ottobre del 1690.
L’Accademia degli Arcadi (che il popolo chiamava valche o varche senza trovare alcuna corrispondenza nella lingua italiana) nacque, quindi, spontaneamente a Roma tra dotti e letterati per reazione al cattivo gusto secentismo, in nome di un ideale di classica semplicità pastorale una volta vinta la durezza della vita primordiale, ispirato all’antica Grecia e alla Roma arcaica, che diede vita a una poesia limpida ed elegante, non esente però da atteggiamenti convenzionali e leziosi.
Uno dei fondatori e guida instancabile fu il canonico Giovanni Maria Crescimbeni, che ricoprì la carica di Custode Generale per ben trentotto anni, mentre alla defunta Cristina di Svezia fu riservato il titolo di Basilissa
Alla natura bucolica dell’Accademia ben si addiceva uno scenario silvestre, a cui venne dato il nome di Parrasia da una regione dell’Arcadia, per cui nei primi anni di vita gli arcadi errarono da un orto all’altro sino al 1725 quando Giovanni V, re del Portogallo, donò quattromila scudi all’istituzione con i quali fu acquistato l'orto dei Livi su cui l’Arcade Antonio Canevari, contribuendo alla causa a titolo gratuito, creò il Bosco Parrasio.
In posizione magnifica, magica e segreta, alle pendici del Gianicolo, Canevari, risolvendo con un tocco di genio le difficoltà rappresentate dall’inclinazione del terreno, realizzò un progetto su tre piani collegati da gradinate concave e convesse, ai confini dell'area e sostenute da parapetti.
In alto il piccolo anfiteatro di forma ovale, con tre ordini di sedili dinanzi ai quali si trova un leggio di marmo da dove i poeti declamavano le loro odi.
Come una sorta di quinta all’anfiteatro si erge il Serbatoio, una costruzione di Giovanni Azzurri già adibita ad archivio e segreteria, rifatta nel 1838 per corredarla di una facciata a forma di esedra, ornata da semicolonne scanalate.
L’iscrizione sul frontale Deo nato sacrum indica il culto degli Arcadi a Gesù Bambino in riferimento ai pastori che furono i primi ad adorarlo; sui lati della facciata sono affisse,secondo la tradizione romana, le tavole delle dodici leggi.

Il piano intermedio presenta una finta grotta e il ripiano inferiore una grande edicola di marmo che reca un'iscrizione del 1726 a ricordo della donazione del sovrano portoghese.
Completa la bellezza del luogo un vasto assortimento di maestosi alberi e lussureggianti rampicanti.
In tanta amenità, in questo suggestivo Bosco, gli Arcadi tenevano le loro adunanze annuali per la chiusura dell’anno accademico che, per tradizione, cadeva la domenica dopo la festa di S. Pietro e Paolo.
Un’altra famosa adunata tenuta in questo Bosco fu quella del 19 agosto 1781 per le nozze di Costanza Falconieri con il conte Luigi Onesti Braschi, nipote di Pio VI. Nel corso della cerimonia Vincenzo Monti (1754-1828), il traduttore dell’Iliade, dedicò agli sposi il canto La Bellezza dell’Universo per cui riscosse tanto successo da garantirgli la protezione non solo del papa, ma anche degli sposi che vollero assumerlo con il titolo di Secretario e con il lauto compenso (beati tempi) di ben dodici scudi al mese! Maldicenza vuole che il poeta si procurò ben più che la sola benevolenza di quella che egli aveva esaltata per la sua bellezza.
Dopo quasi un secolo di incontrastata gloria, attorno alla fine del Settecento, l’Accademia conobbe un periodo di inarrestabile declino fino, addirittura, al misero abbandono del bosco, per poi, come accennato, essere riaperto e restaurato nel 1839.

 

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