Vicolo dei Balestrari PDF Stampa

da Piazza Campo de’ Fiori a Vicolo del Giglio – R. VII, Regola

 

Fabbricanti e venditori di balestre avevano qui fatto il loro centro. Borgatti:
“I romani avevano i collegia o corpora opificum, come, quelli dei mercanti dei fabbri, dei battellieri, degli argentieri ecc., i quali erano corpi collettivi, col diritto di pubblicare statuti. Queste corporazioni di arti e mestieri ebbero grande sviluppo nel medioevo, e se oggi sono incompatibili coi progressi dell’industria e col libero esercizio delle professioni, contribuirono efficacemente all’emancipazione del lavoratore, in un’epoca in cui le civili società componevansi di un piccolo numero di oppressori e di un gran numero di oppressi”.

Secondo Plutarco, fu un certo Nansa colui che creò l’organizzazione corporativa. Traiano fondò il collegio dei fornai e molinari,; sotto Alessandro Severo si costituirono le corporazioni dei vinai, dei negozianti di legumi ed ortaglie, dei calzolai, ecc., fino a raggiungere il numero di 32 corporazioni. I membri che costituivano le corporazioni erano detti collegiali e i loro magistrati decurioni, procuratori, sindaci e questori. La sede della corporazione era detta Schola. I nomi delle singole corporazioni sono incisi sugli stipiti delle porte al pianterreno del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio.

La balestra era un’antica arma da guerra in legno curvo con arco di ferro in cima, destinata a lanciare frecce che prendevano il nome di moschette, (da cui, poi, derivò l’arma detta appunto moschetto). L’arco veniva teso dai nervi dei bufali forniti da un deposito situato circa alla metà di Via Ostiense che prese proprio il nome di Balistaria.

Ponti: “all’angolo formato dalle vie de’ Balestrari e dei Giubonari c’è infissa nell’alto una grande e bella lapide marmorea che ricorda come la Via dei balestrari portasse una volta, in omaggio al vicino Campo de’ Fiori, il nome di Via Florea. Essa è una delle pochissime targhe di marmo che dessero nei tempi andati denominazione ufficiale a una strada: è la più antica che si abbia in Roma e sarebbe andata dispersa se non le si fosse data la felice opportunità di restare occultata per più secoli dietro un mignano della casa Traversi sull’angolo di Campo de’ Fiori.

Tornò in luce nel 1863 e dice: “Tu, o terra di Marte, che fino a poco fa eri umid e brutta di squallido fango, di deforme incuria, ora, sotto il principato di Sisto IV, ti vai liberando di questo indegno aspetto ed ogni cosa appare ammirabile nel nitido sito. Degni premi sono dovuti a Sisto datore di salute, oh quanto Roma è debitrice al sommo gerarca - Via Florea - Battista Arcioni e Ludovico Margani Maestri di Strada Nell'Anno di Grazia 1483".

Nella Via vi era una nota osteria detta “del Cameo”, della quale si raccontava che il proprietario fosse tanto geloso della sua bella moglie da non permetterle mai di scendere in bottega, adducendo la scusa che voleva tenerla riguardata come un cameo. Per questo gli avventori cominciarono a chiamarla l’ “Osteria del Cameo”.

 

 

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933

 

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